Separazione senza traumi: la shared residence come nuova frontiera per il benessere dei figli!

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Nel dinamico panorama delle relazioni familiari contemporanee, una nuova forma di convivenza post-divorzio sta emergendo con prepotenza, polarizzando l’attenzione degli addetti ai lavori e delle famiglie coinvolte. La shared residence, o residenza condivisa, rappresenta un modello di custodia che prevede una distribuzione equa del tempo che il figlio passa con ciascun genitore: una settimana con la madre e una con il padre, alternativamente.

La questione è delicata e coinvolge direttamente il benessere del minore, al centro di un dibattito che non si limita al mero aspetto logistico, ma interpella anche le sfere emotive e psicologiche dei bambini. Questo sistema di affido condiviso è stato concepito nell’ottica di preservare il legame con entrambi i genitori, evitando di privilegiare una figura rispetto all’altra e consentendo così al bambino di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambe le parti.

La scelta della shared residence è il frutto di un cambiamento culturale che vede la figura paterna sempre più impegnata nell’educazione dei figli e meno relegata al ruolo di semplice “fornitore” economico. In questo contesto, il modello tradizionale di custodia monogenitoriale, in cui i figli risiedono stabilmente con un solo genitore (solitamente la madre), viene messo in discussione a favore di un approccio più inclusivo e paritario.

Tuttavia, la praticabilità della shared residence non è scevra da critiche. Gli esperti sottolineano come la stabilità e la routine siano fondamentali per lo sviluppo psico-emotivo dei più piccoli. La frequente alternanza di casa e ambiente potrebbe generare confusione e ansia, aumentando il rischio di insicurezza nei bambini. Inoltre, l’efficacia di questo modello dipende dalla capacità dei genitori di mantenere una comunicazione fluida e costruttiva, nonché dalla loro vicinanza geografica, elementi non sempre garantiti in seguito a una separazione.

Nonostante le perplessità, vi sono numerose testimonianze di successo che supportano la shared residence come una soluzione valida e funzionale. Quando i genitori lavorano in sinergia, mettendo da parte divergenze e rancori personali, il risultato può essere un ambiente familiare equilibrato e sereno, dove il figlio può crescere sentendosi amato e supportato da entrambe le figure genitoriali.

La questione, quindi, diviene una sfida di maturità e di responsabilità. Ciò che emerge con chiarezza è che, al di là delle formule e dei modelli teorici, la chiave di volta risiede nella capacità dei genitori di adattarsi alle esigenze emotive del figlio, cercando di garantire quel senso di normalità e continuità tanto caro all’infanzia.

In conclusione, la shared residence si configura come un percorso tanto promettente quanto complesso, il cui successo risiede nel fragile equilibrio tra le necessità del bambino e la disponibilità dei genitori a costruire un ponte sopra le acque talvolta burrascose della separazione. Un approccio che, se percorso con consapevolezza e dedizione, potrebbe rivelarsi un valido alleato nel processo di crescita dei figli di coppie separate.